Massiccio come la roccia, eterei quali il vento: le monadi di Locke e Only Lovers Left Alive

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di Alessio Cappuccio

Nell’ultimo periodo ho letto praticamente di seguito due libri che hanno in comune il tema del doppio: la Trilogia della città di K. di Agota Kristof e L’uomo duplicato di Josè Saramago. Ho quindi iniziato Gli elisir del diavolo di E. T. A. Hoffman, che con mia grande sorpresa sembra essere incentrato sulla stessa questione. I primi due volumi, e da quanto mi sembra di capire anche l’opera tedesca, sviluppano il motivo del doppelganger – tra varie altre suggestioni, naturalmente – come un mezzo per mettere in scena storie di destini tragici in cui l’isolamento domina su ogni altra cosa, in cui lo sdoppiamento di persona altro non è che un’illusione (esistenziale, non materiale) per giustificare pulsioni interiori autodistruttive, arrivando a conclusioni che ribadiscono una struttura circolare, e quindi di ciclica ineluttabilità, se non la perfetta identità di vite apparentemente parallele. Endiadi ma monadi, insomma.

A posteriori ho ritrovato un analogo film rouge in due film usciti ultimamente in sala, Locke di Steven Knight e Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmusch: ma non per quanto riguarda l’aspetto della duplicità, quanto piuttosto quello di una chiusura in se stessi dei protagonisti, declinata modi piuttosto differenti.

Locke è il debutto alla regia di uno sceneggiatore, principalmente di thriller, che – da curriculum – sa cosa nascondere e cosa mostrare allo spettatore. Knight sceglie però di sfuggire dalle facili scorciatoie offerte dal mestiere e imbastisce un tour de force notturno ambientato tutto in un’automobile in corsa. Un po’ come succedeva in Buried, anche qui il regista deve darsi da fare per limitare al massimo la monotonia, e se da una parte il viso di Tom Hardy è scansionato da ogni angolazione, dall’altra il film diventa un tripudio di sovraimpressioni (interno ed esterno si compenetrano spesso, significativamente) e riflessi delle luci sui vetri della macchina, con un effetto molto vagamente psichedelico.

In questa festa della comunicazione telefonica abbiamo modo di assistere a un ritratto molto netto di un uomo che, secondo le sue parole, mette davanti a ogni cosa il proprio senso di responsabilità. Locke ha fatto un errore – un’avventura di un’unica notte – e ne pagherà le conseguenze vedendo (o meglio ascoltando) crollare tutto ciò che ha di più prezioso. Inizialmente mi è sembrato quasi un revival di certi film classici americani in cui al centro della vicenda c’è un uomo che tenta di far accettare agli altri la propria visione del mondo, ma a pensarci meglio le cose non sono proprio così limpide.

Un uomo d’onore in una comunità (che dunque compie delitti e dà la propria parola d’onore) è colui che attribuisce a se stesso un senso in base a ciò che gli altri membri pensano di lui in relazioni ad alcuni valori prestabiliti: la reputazione è tutto in un sistema assiologico eterodiretto. Locke invece vive secondo un codice d’onore intrinseco, noto solo a lui, sul quale basa ogni decisione della propria vita, anche a discapito del benessere altrui. Pragmatico come un vero ingegnere edile, incapace di vedere una via mediana, un compromesso, uno strada laterale, un’alternativa ambigua, non sa dire “ti amo” a una donna in preda al travaglio, solo perché “non ti conosco affatto” (come continua a ripetere in modo assurdo ma incontestabilmente veritiero); non riesce non solo a mentire alla moglie, ma neanche a procrastinare una telefonata che avrebbe potuto gestire con maggiore sensibilità e meno rude schiettezza in un’altra situazione; non sa abbandonare la sua colata di calcestruzzo a mani probabilmente meno capaci ma più ufficiali, rovinando la nottata di un (ex) dipendente, perché – motivazione indubbiamente lodevole – vuole che il palazzo sia edificato alla perfezione.

Il problema di Locke è molto semplice, al di là dei richiami al trauma paterno goffamente messo in scena in contumacia sul sedile posteriore: Locke è sempre stato solo con se stesso, in un universo in cui l’errore, la devianza e la debolezza non sono contemplati; “quest’uomo tutto d’un pezzo” (cito un amico) non è per nulla simpatico, nonostante in fondo non voglia che il bene di tutte le parti in gioco, perché è difficile provare empatia verso chi di debolezze non ne mostra, e che cicatrizza in un’istante le proprie ferite, anche a costo di bruciarsi un arto. La sua fortezza su quattro ruote, proprio come lui, non fa che andare avanti, seguendo una linea retta, sforzando di mantenere un moto uniforme a una velocità rispettosa della legge, negando in un certo senso la totalità dell’esperienza umana che, da sempre, è costituita da movimenti vorticosi, accelerazioni, indietreggiamenti, vagabondaggi erratici. Il punto di vista di Locke, in sostanza, è oltre-umano, sintetico e artificiale, ricostruito a posteriori grazie ai calcoli algebrici di una macchina che deve raggiungere un obiettivo scegliendo la modalità più performante.

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Sovrannaturali invece sono i due vampiri di Solo gli amanti sopravvivono, una specie di versione pop del più oltranzista (e noioso) The Limits of Control, exploit di Jarmusch precedente a questo. Adam e Eve vivono, o meglio sopravvivono (“left alive”), delle esistenze da reclusi: vecchi di secoli, depositari di bagagli culturali sconfinati, hanno da tempo deciso di limitare al minimo indispensabile i rapporti con gli umani, che considerano esseri inferiori (sono definiti zombie, con una precisione gerarchica da bestiario medievale).

Adam passa il suo tempo a sperimentare nuovi suoni con le sue chitarre e ad armeggiare con marchingegni direttamente derivati dagli insegnamenti di Tesla, Eve invece vive sommersa da montagne di libri che legge in un istante. In un certo senso questo consumo culturale smodato e la tendenza all’eremitismo possono essere paragonati alla alla compulsione isolazionista degli hikikomori giapponesi che si rinchiudono in casa guardando anime, dilettandosi con i videogiochi e sfogliando manga. Gli unici rapporti con l’esterno, per entrambi i gruppi, sono dettati da necessità materiali (flaconi di sangue per i primi e cartoni di pizza per i secondi), e quindi anche le relazioni con il resto dell’umanità sono improntate allo sfruttamento: difficile definire in altro modo ciò che lega Adam al galoppino Ian, messo alla porta o a tacere non appena non serve più.

Anche in coppia le cose non cambiano molto. La maggior parte delle conversazioni sono rimandi continui di citazioni, scambi di conoscenza specialistica, e l’amore che unisce i due è di sicuro suggellato da un sostrato di comune sentire culturale: Adam ed Eve sono due “fottuti snob”, come li appella con rabbia ed esasperazione l’irruenta Ava, casinista, egocentrica e malandata quanto si vuole ma indubbiamente più viva e immersa nella fattualità.

La regia di Jarmusch è specchio fedele di questo atteggiamento: mollemente elegante, adagiata su inani movimenti circolari, flebile e a un passo dal collasso, gode nell’osservazione della decadenza di una città allo sfacelo come Detroit, enucleata con efficacia e fulmineamente con l’immagine del teatro abbandonato adibito a parcheggio. La verità è che, proprio come per i tossicodipendenti adombrati nelle scene in cui i due si nutrono di sangue pregiato (la metafora è talmente insistita, anche per quanto riguarda i rischi letali dell’emoglobina infetta, da non poter essere ignorata), l’interesse dei vampiri è ormai ristretto a una sfera molto limitata rispetto all’intera esperienza umana. Che si tratti di una riflessione nichilista – le nostre miserie dopo un certo lasso di tempo perdono di appeal – o di una semplice parabola sulle virtù eterne dei migliori ingegni della razza, lo sfondo disegnato più o meno consapevolmente da Jarmusch (e il dubbio riguarda ugualmente anche Knight) è quello desolante di due non-morti che nonostante siano a un passo dal suicidio (Eve è solo più ingenua, forte o meno conscia) quando si trovano in punto di morte non esitano un istante a sacrificare la felicità altrui (una speculare coppia di amanti a Tangeri) al fine di trascinare ancora un po’ la propria inutile, improduttiva, sterile illusione di essere vivi.

Rendendo così perspicuo il fondamentale egoismo di cui è ammantata la loro Vita-in-Morte à la Coleridge, unico sguardo concesso a due entità erose dal tempo, talpe ormai quasi cieche che del formicolio umano percepiscono solo il distante baluginare delle opere eterne, un po’ come di notte arriva a noi la luce antica di innumerevoli anni del firmamento notturno.

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2 comments

  1. “In questa festa della comunicazione telefonica” 😀
    Comunque ci sta l’accostamento al sempre sottovalutato Buried che riusciva a superare, anche se di poco, la soglia di sbarramento della monotonia con un paio di genialate e continui scarti nel ritmo.

    Dubbio Jarmusch: cosa ha ancora da dire (eccetto vedere un Bill Murray versione succhia-sangue depresso che, sinceramente, io non scarterei a priori…)?

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